History of title sequences

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di Dario Carbone, Virginia Daniele, Giulia Liberti e Andrea Marietta


 

La storia dei titoli di testa non coincide esattamente con la nascita del cinema: i Fratelli Lumière, per esempio, non sono interessati ad essere riconosciuti come registi. Sono i registi successivi, da Meliès in poi, che aggiungono all’inizio del film cartelli decorati che riportano solo il titolo e il nome del regista: tutti gli altri professionisti coinvolti nella realizzazione dei film non sono considerati abbastanza importanti da essere inseriti. In quel periodo i titoli di testa servono a far sapere al pubblico cosa sta per vedere ed eventualmente sottolineare la presenza di attori famosi; sono considerati come una semplice etichetta e non come un’introduzione al mondo del film.

Negli anni ’30, a Hollywood si crea l’abitudine di associare determinati stili di opening a specifici generi, come l’uso dei caratteri alla “wanted” per i western e le lettere allegre e “dipinte a mano” per lo slapstick. Questo aiuta a creare le prime convenzioni di genere nella testa degli spettatori. Con l’avvento del sonoro, nasce l’idea di usare i titoli per calare lo spettatore nell’atmosfera del film, limitandosi però all’uso di immagini statiche o di brevi sequenze funzionali alla storia. Il lavoro dei tecnici inizia finalmente a ricevere maggiore considerazione, e di conseguenza i titoli si allungano per includere anche i loro nomi; ma, visto che l’analfabetismo è ancora altamente diffuso, il pubblico considera i titoli noiosi e inutili, tanto che vengono proiettati quando lo schermo è ancora coperto dal sipario.

Negli anni ’50 si impone la figura di Saul Bass, l’artista che ha contribuito a eliminare la tradizione delle tende abbassate durante i titoli di testa e a trasformarli in una forma d’arte. Grazie a un sapiente uso di grafica e sonoro, i suoi titoli di testa sono delle narrazioni vere e proprie, che stabiliscono lo stile visivo del film fin dall’inizio. La professione del title designer inizia quindi ad essere riconosciuta come tale.Con il passare degli anni, il numero dei professionisti che lavorano al film e che vengono inseriti nei titoli di testa aumenta sempre più, anche a causa delle pressioni dei sindacati. Di conseguenza per evitare introduzioni troppo lunghe si inizia a spostare parte dei titoli alla fine del film: nascono così i titoli di coda.

Negli anni ‘70 nasce la distinzione tra opening credits, che accompagnano le prime scene del film, e title sequences, vere e proprie sigle che diventano man mano sempre più complesse ed elaborate.

Negli anni ’80, con il boom delle tecnologie economicamente accessibili, l’ambiente del design grafico diventa alla portata di tutti. Per adattarsi alla ridotta capacità di concentrazione del nuovo pubblico le introduzioni diventano più veloci e caotiche. Viene data molta più importanza all’effetto visivo che all’informazione contenuta nel testo. Nel 1977 i Fratelli Greenberg fondano la R/Greenberg Associates dando vita così all’industria dei titoli di testa. Sono proprio loro a scoprire, negli anni ’90, Kyle Cooper, futuro creatore di title sequences oggi imitatissime come quelle di Seven, Flubber e la trilogia di Spiderman.

Oggi, come un tempo, a coloro che sfruttano interamente le potenzialità di una title sequence si affiancano registi che decidono di eliminarla completamente o parzialmente a favore di altri elementi, come ad esempio l’immediato ingresso nella storia. Qualunque sia la soluzione scelta, un titolo ben fatto serve a immergere immediatamente lo spettatore nel mondo che gli si vuol narrare, oppure a dargli la giusta conclusione senza interrompere bruscamente l’atmosfera.

 

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